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Dal 6 aprile 2018 entra in vigore il nuovo art. 570-bis c.p.: le pene previste dall'articolo 570 c.p. si applicano anche al coniuge che si sottrae all'obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero che violi gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli.
Le pene previste dall'art. 570 c.p. sono: si punisce con la reclusione fino a un anno o con la multa da 103 euro a 1032 euro "chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all'ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale o alla qualità di coniuge".
Avv. Giulia Pirola

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Con un'importante sentenza del 13.2.2018 il Tribunale di Milano ha riconosciuto il diritto al direttore di un supermercato al pagamento delle ore di lavoro straordinario ritenendo che anche tale personale che normalmente è escluso dalla disciplina legale delle limitazioni dell'orario di lavoro "ha diritto al compenso per lavoro straordinario se la disciplina collettiva delimiti anche per essi l'orario normale e tale orario venga in concreto superato oppure se la durata della loro prestazione valichi il limite di ragionevolezza in rapporto alla necessaria tutela della salute e dell'integrità fisiopsichica garantita dalla Costituzione a tutti i lavoratori. Per questa seconda ipotesi deve essere valutato non tanto l'elemento quantitativo del numero delle ore lavorate, quanto l'elemento qualitativo relativo all'impegno fisico ed intellettuale richiesto al lavoratore” (v. Cass. n. 11929/2003) “… oppure nel caso in cui la durata della prestazione lavorativa ecceda i limiti della ragionevolezza” (v. CAss. n. 12031/2003)".
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La mancata comunicazione da parte dell'amministratore condominiale al momento della nomina dei propri dati anagrafici, professionali, del codice fiscale, dei locali dove si trovano i registri di cui agli arti. 1130, n. 6 e 7 c.c. ed i giorni e le ore in cui ogni interessato poteva prendere visione di tali registri ed estrarne copia come prescritto dal comma 2° dell'art. 1129 c.c. costituisce motivo di revoca dell'amministratore a norma dell'art. 1129 comma 11° n. 8 c.c. (Tribunale di Milano, 30/10/2017)
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Il Tribunale di Roma con ordinanza del 23/12/2017 ha vietato al genitore di un ragazzo di 16 anni di postare foto sui vari social ordinandone la rimozione e condannandolo in caso di reiterazione del comportamento a pagare la cifra di 10 mila euro come sanzione. Il riferimento giuridico che ha portato alla decisione del giudice è contenuto nell’articolo 96 della legge sul diritto d’autore che prevede che il ritratto di una persona non possa essere esposto senza il suo consenso, salve eccezioni. Tale tutela è rafforzata quando si tratta di minori.
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Con sentenza del 29/11/2016 il Tribunale di Milano, Sezione lavoro, riaffermando il principio espresso dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 7474 del 2012 ha precisato che in tema di licenziamento per soppressione della posizione lavorativa (giustificato motivo oggettivo) il datore di lavoro ha l'onere di provare l'effettiva soppressione della mansione e di avere assolto anche all'obbligo di repechage. Nel caso di specie il Tribunale ha accertato l'illegittimità del licenziamento con condanna al risarcimento del danno già in prima udienza a fronte della mancata costituzione del datore di lavoro e pertanto del mancato assolvimento dell'onere probatorio di cui sopra.
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Il Tribunale di Milano con ordinanza del 20.5.2016 ha annullato il licenziamento intimato da una società cooperativa di autotrasporti ad un lavoratore, condannandola a reintegrarlo nel luogo di lavoro e a corrispondergli un’indennità risarcitoria pari alle mensilità maturate dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegra al tallone mensile dedotto l’eventuale aliunde perceptum, nella misura massima di 12 mensilità, oltre al pagamento dei contributi per l’intero periodo.
La società convenuta si è difesa in giudizio affermando di avere dovuto licenziare a fronte di una grave crisi economica: tuttavia nella lettera di licenziamento la motivazione addotta era stata “cessazione dell'attività aziendale”. Inoltre la società non aveva esperito la procedura obbligatoria di conciliazione prevista dalla legge per i licenziamenti intimati per giustificato motivo oggettivo.
Poichè il datore di lavoro non dimostrava al Giudice la sussistenza della motivazione addotta per il licenziamento ovvero la cessazione dell'attività aziendale accoglieva integralmente il ricorso del lavoratore, il quale poi optava in luogo della reintegrazione per l'indennità sostitutiva prevista dall'art. 18 Statuto lavoratori pari a 15 mensilità oltre al risarcimento del danno liquidato dal Giudice ed al versamento dei contributi previdenziali per l'intero periodo.
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Con ricorso depositato dinanzi al Tribunale di Monza un lavoratore assunto part time presso un esercizio commerciale rivendicava di avere svolto un differente orario di lavoro per tutta la durata del rapporto intercorso con il datore di lavoro e di conseguenza chiedeva l'accertamento dell'orario di lavoro effettivamente svolto con condanna del datore di lavoro al pagamento delle differenze retributive conseguenti.
Tramite l'attività istruttoria (prove testimoniali) il ricorrente riusciva a dimostrare di avere svolto un orario di lavoro sistematicamente diverso da quello previsto nella lettera di assunzione e pertanto il Tribunale di Monza con sentenza del 19.5.2016 condannava il datore di lavoro al pagamento delle differenze retributive ricalcolate sulla base dell'orario di lavoro accertato in corso di causa.
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Il Tribunale di Milano con sentenza del 1.6.2016 ha ribadito ancora una volta che il tempo di vestizione deve essere retribuito in quanto orario di lavoro. In particolare il Tribunale di Milano ha osservato che "ove sia data facoltà al lavoratore di scegliere il tempo e il luogo ove indossare la divisa o gli indumenti (anche eventualmente presso la propria abitazione, prima di recarsi al lavoro) la relativa operazione fa parte degli atti di diligenza preparatoria allo svolgimento dell'attività lavorativa, e come tale il tempo necessario per il suo compimento non deve essere retribuito. Se invece le modalità esecutive di detta operazione sono imposte dal datore di lavoro, che ne disciplina il tempo e il luogo di esecuzione, l'operazione stessa rientra nel lavoro effettivo e di conseguenza dev'essere retribuito". In senso conforme Cass.13706 del 2014, Cass. S.U. n. 11828 del 2013.
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Il diritto all'oblio consiste nel diritto di un individuo ad essere dimenticato, a non essere più ricordato per fatti che in passato sono stati oggetto di cronaca.

Tale diritto rientra nella tutela della privacy, e si differenzia dal diritto alla riservatezza perché l´interesse di cui si richiede la tutela ha ad oggetto notizie già divulgate delle quali si vuole impedire una nuova circolazione, che sono già sfuggite alla sfera di appartenenza esclusiva del titolare.

I cittadini europei hanno diritto di chiedere ai motori di ricerca di eliminare dalle loro pagine i link verso notizie che li riguardano, nel caso in lui li ritengano “inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti, o eccessivi in relazione agli scopi per cui sono stati pubblicati”.

Questo diritto è stato introdotto con la Sentenza della Corte di Giustizia UE, Grande Sezione, sentenza 13/05/2014 n° C-131/12 con la quale veniva stabilito che i link verso i contenuti “non più rilevanti” possano essere rimossi sotto richiesta degli interessati, ma che i contenuti a cui rimandano (articoli di giornale, foto, video) possano rimanere normalmente online. Escludendo i link dai risultati dei motori di ricerca i contenuti diventano comunque molto più difficili, se non impossibili, da recuperare.

Il modulo messo online da Google per effettuare le richieste di rimozione dei link è molto essenziale. Bisogna collegarsi al sito https://support.google.com/legal/contact/lr_eudpa?product=websearch&hl=it, dopo avere selezionato il proprio paese da un elenco di quelli dell’Unione Europea interessati dalla sentenza, si devono inserire nome e cognome, il rapporto con la persona rappresentata e un indirizzo email al quale potere essere contattati. Nei campi seguenti bisogna inserire gli indirizzi (URL) per i quali viene richiesta la rimozione e spiegare brevemente il motivo della domanda. Infine è necessario caricare una scansione di un documento di identità, per dimostrare di essere la persona interessata.

Google valuterà se i link per cui viene richiesta la rimozione rinviino ad informazioni effettivamente obsolete e non più rilevanti oppure verso dati di interesse pubblico, come possono esserlo invece quelle su frodi finanziarie, negligenza professionale, condanne penali o problemi legati alla “condotta pubblica di funzioni statali”.

Nel caso in cui venga effettuata la richiesta di rimozione di un risultato della ricerca e l’operatore, ritenga che la richiesta sia infondata e non si attivi, l’utente potrà rivolgersi, in via alternativa, al Garante Per la Privacy o all’Autorita Giudiziaria.

Nel primo caso per ottenere un ordine di cancellazione, nel secondo caso, tale ordine potrà essere accompagnato da una richiesta di risarcimento del danno. Per accedere ad una tutela risarcitoria, però, l’utente dovrà provare di aver subito un pregiudizio dalla permanenza del collegamento ipertestuale o comunque dal persistere della notizia sul web.

Dott.ssa Giulia Pirola